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Microplastiche nel cibo: dove si trovano davvero e quali rischi reali

Microplastiche

Per anni le microplastiche sono state considerate soprattutto un problema ambientale. Oggi, però, sappiamo che questi minuscoli frammenti di materiale plastico sono presenti praticamente ovunque: negli oceani, nell’aria che respiriamo e, inevitabilmente, anche negli alimenti che consumiamo ogni giorno. Negli ultimi anni l’interesse scientifico è cresciuto rapidamente e numerosi studi hanno iniziato a valutare quanto si è esposti attraverso la dieta e quali potrebbero essere le conseguenze per la salute. Sebbene molte domande siano ancora aperte, una cosa appare ormai chiara: le microplastiche sono ampiamente diffuse e l’esposizione quotidiana è diventata inevitabile.

Cosa sono le microplastiche?

Con il termine microplastiche si indicano particelle di plastica con dimensioni inferiori ai 5 millimetri.

Possono originarsi dalla frammentazione di materiali più grandi oppure essere prodotte intenzionalmente per applicazioni industriali.

Una categoria ancora più piccola è rappresentata dalle nanoplastiche, con dimensioni inferiori a un micrometro, che destano particolare interesse perché potrebbero attraversare più facilmente le barriere biologiche dell’organismo.

I polimeri più frequentemente identificati negli alimenti comprendono:

  • polietilene (PE);
  • polipropilene (PP);
  • polietilene tereftalato (PET);
  • polistirene (PS);
  • policloruro di vinile (PVC).

La loro presenza riflette l’enorme diffusione della plastica nella vita quotidiana, dagli imballaggi ai tessuti sintetici, fino ai processi industriali e agricoli.

Come arrivano le microplastiche nel piatto e quali alimenti ne contengono di più

La presenza di microplastiche negli alimenti è il risultato di un fenomeno complesso che coinvolge l’intera catena produttiva, dall’ambiente fino alla tavola. Queste particelle possono infatti raggiungere il cibo attraverso molteplici vie di contaminazione. Una parte deriva direttamente dall’inquinamento ambientale: aria, acqua e suolo rappresentano serbatoi permanenti di frammenti plastici che vengono progressivamente assorbiti dagli ecosistemi e, di conseguenza, trasferiti agli organismi viventi e alle colture agricole.

Alimenti contaminati
Acqua in bottiglia
Pesci e molluschi
Sale marino
Miele
Birra
Latte e derivati
Frutta e verdura
Carne e prodotti trasformati

Anche le attività umane e i processi industriali contribuiscono all’esposizione. Durante la produzione, il confezionamento, il trasporto e la conservazione degli alimenti, materiali plastici, superfici di lavorazione e imballaggi possono rilasciare piccole particelle. Persino l’usura di bottiglie, contenitori, pellicole e utensili utilizzati nella preparazione domestica può favorire il distacco di frammenti microscopici. Per questo motivo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), l’alimentazione rappresenta oggi una delle principali vie attraverso cui le microplastiche entrano nell’organismo umano.

Negli ultimi anni numerosi studi hanno documentato la presenza di microplastiche in una vasta gamma di alimenti di uso quotidiano. Tra i prodotti maggiormente indagati figurano pesci e molluschi, sale marino, miele, birra, latte e derivati, carne e prodotti trasformati, oltre a frutta e verdura. La contaminazione osservata varia notevolmente da uno studio all’altro, sia per le differenze nelle tecniche analitiche utilizzate, ancora in fase di standardizzazione, sia per la grande eterogeneità delle particelle presenti nell’ambiente

Particolare attenzione è stata rivolta ai prodotti altamente processati, che sembrano rappresentare una fonte di esposizione potenzialmente più rilevante.

In questo contesto, un gruppo di ricercatori italiani ha recentemente proposto la Food Microplastics Pyramid (FOMIC-Py), un modello che classifica gli alimenti in funzione del loro contenuto medio di microplastiche, evidenziando come il grado di trasformazione industriale possa influenzare la quantità di particelle presenti.

Tra tutti gli alimenti studiati, l’acqua confezionata è probabilmente quella che ha ricevuto maggiore attenzione da parte della comunità scientifica. Diverse ricerche hanno mostrato che il contenuto di microplastiche può risultare superiore rispetto a quello riscontrato nell’acqua del rubinetto. Le particelle possono originare dalla bottiglia stessa, dal tappo, dai processi di imbottigliamento e dall’usura dei materiali durante il trasporto e la conservazione. L’apertura e la chiusura ripetuta del contenitore, così come l’esposizione a temperature elevate, possono ulteriormente favorire il rilascio di frammenti microscopici.

Queste osservazioni non implicano che l’acqua in bottiglia debba essere considerata pericolosa o evitata, ma suggeriscono come la plastica utilizzata nei materiali di confezionamento possa contribuire in maniera significativa all’esposizione complessiva. Nel complesso, le evidenze disponibili indicano che le microplastiche sono ormai presenti in gran parte degli alimenti consumati quotidianamente e che l’esposizione alimentare rappresenta una conseguenza inevitabile della loro diffusione nell’ambiente. Proprio per questo motivo, più che individuare un singolo alimento “responsabile”, la ricerca scientifica sta cercando di comprendere quali siano le principali fonti di esposizione e quali effetti possano derivare da un’assunzione cronica nel corso della vita.

Le microplastiche possono contaminare la catena alimentare in diversi modi. Una parte deriva dall’ambiente: suolo, acqua e aria trasportano continuamente particelle che vengono assorbite dagli ecosistemi. Altre fonti sono rappresentate dagli imballaggi, dai processi di lavorazione e persino dagli utensili utilizzati durante la preparazione degli alimenti. Anche il semplice attrito di contenitori, bottiglie o pellicole può contribuire al rilascio di piccole particelle.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, l’esposizione alimentare rappresenta una delle principali vie attraverso cui le microplastiche entrano nell’organismo umano.

Cosa succede quando vengono ingerite le microplastiche?

Si tratta probabilmente della domanda più importante, ma anche di quella per la quale la ricerca scientifica non dispone ancora di risposte definitive. Le evidenze disponibili suggeriscono che la maggior parte delle microplastiche ingerite venga eliminata attraverso le feci e che solo una quota limitata possa essere assorbita dall’organismo. Tuttavia, le particelle di dimensioni più ridotte, in particolare le nanoplastiche, potrebbero comportarsi in modo diverso.

Grazie alle loro caratteristiche fisiche, alcune di esse sembrano infatti essere in grado di attraversare la barriera intestinale e raggiungere il circolo sanguigno. Negli ultimi anni diversi studi hanno documentato la presenza di particelle plastiche nel sangue umano, nella placenta, nel latte materno e in numerosi organi, tra cui polmoni, fegato e tessuto cerebrale.

Alcune evidenze suggeriscono inoltre che le nanoplastiche possano attraversare anche barriere biologiche particolarmente selettive, come la barriera ematoencefalica. Tuttavia, la semplice identificazione di questi materiali nei tessuti non consente di stabilire se esista un accumulo clinicamente significativo né quali possano essere le conseguenze nel lungo periodo. Le conoscenze attuali derivano in larga parte da studi sperimentali, da analisi condotte su campioni biologici e da un numero ancora limitato di studi prospettici sull’uomo.

Sebbene la presenza di microplastiche e nanoplastiche in diversi tessuti e fluidi biologici sia stata ormai documentata, rimangono ancora da chiarire la quantità effettivamente assorbita, i meccanismi di eliminazione, la possibile persistenza nei tessuti e l’eventuale rilevanza clinica di un’esposizione cronica nel corso della vita. Proprio questi aspetti rappresentano oggi uno dei principali ambiti di interesse della ricerca scientifica.

I possibili effetti sulla salute

Le conoscenze attuali derivano soprattutto da studi sperimentali e modelli animali. Sebbene non siano ancora disponibili prove definitive, diversi meccanismi biologici sono considerati plausibili.

  • Stress ossidativo e infiammazione cronica

Le microplastiche sembrano essere in grado di favorire la produzione di radicali liberi e di aumentare lo stress ossidativo, un fenomeno coinvolto nell’invecchiamento cellulare e nello sviluppo di numerose malattie croniche. Parallelamente, l’esposizione prolungata potrebbe attivare processi infiammatori persistenti e alterare la risposta immunitaria, contribuendo a uno stato di infiammazione cronica di basso grado.

  • Alterazioni del microbiota intestinale

L’intestino rappresenta uno dei primi distretti esposti alle microplastiche. Alcuni studi suggeriscono che queste particelle possano modificare la composizione del microbiota intestinale, influenzando l’equilibrio della flora batterica e la permeabilità della barriera intestinale. Poiché il microbiota svolge un ruolo centrale nella regolazione del metabolismo, dell’immunità e dell’infiammazione, eventuali alterazioni potrebbero avere ripercussioni sistemiche.

  • Interferenza endocrina

Le microplastiche possono inoltre fungere da vettori per sostanze chimiche come bisfenoli e ftalati, composti noti per la loro capacità di interferire con il sistema endocrino. Questi contaminanti sono stati associati, in diversi studi, a possibili alterazioni metaboliche, riproduttive e ormonali, anche se il reale contributo delle microplastiche come veicolo di esposizione deve ancora essere chiarito.

  • Effetti metabolici e cardiovascolari

Alcune ricerche preliminari hanno ipotizzato associazioni con alterazioni del metabolismo glucidico e lipidico, aumento dello stress ossidativo vascolare e modificazioni dei processi infiammatori coinvolti nella salute cardiovascolare. Al momento, tuttavia, queste evidenze devono essere interpretate con prudenza e richiedono ulteriori conferme.

Quanto bisogna preoccuparsi?

Secondo l’OMS e l’EFSA, le conoscenze disponibili non consentono ancora una valutazione completa del rischio. Le principali difficoltà riguardano:

  • la mancanza di metodiche analitiche standardizzate;
  • le differenze tra gli studi;
  • la grande variabilità delle particelle analizzate;
  • la scarsità di dati sull’esposizione cronica nell’uomo.

In altre parole, la presenza di microplastiche negli alimenti è una realtà documentata, ma il loro reale impatto sulla salute rappresenta ancora un campo di ricerca in continua evoluzione.

È possibile ridurre l’esposizione?

Eliminare completamente l’esposizione alle microplastiche è, allo stato attuale, praticamente impossibile. La loro diffusione nell’ambiente è tale che tracce di queste particelle sono state rilevate in numerosi alimenti, nelle acque, nell’aria e persino nella polvere domestica. Questo, tuttavia, non significa che non sia possibile adottare alcune strategie ragionevoli per limitarne l’assunzione complessiva. Un primo aspetto riguarda la scelta degli alimenti. Le evidenze disponibili suggeriscono che una dieta basata prevalentemente su prodotti freschi e minimamente processati potrebbe contribuire a ridurre l’esposizione rispetto a un’alimentazione caratterizzata da un elevato consumo di prodotti industriali e confezionati. Le fasi di trasformazione, il contatto con imballaggi plastici e le procedure di lavorazione possono infatti rappresentare ulteriori occasioni di contaminazione. Anche le modalità di conservazione e preparazione degli alimenti meritano attenzione. Il calore e l’usura dei materiali favoriscono il rilascio di particelle plastiche: per questo motivo, quando possibile, è preferibile evitare di riscaldare il cibo in contenitori di plastica, soprattutto nel forno a microonde. Recipienti in vetro, acciaio inox o ceramica rappresentano alternative più stabili e meno soggette a fenomeni di migrazione.

Un’attenzione particolare riguarda le bevande. Diversi studi hanno evidenziato come l’acqua in bottiglia possa contenere quantità di microplastiche superiori rispetto all’acqua di rete, principalmente a causa del rilascio di particelle provenienti dalla bottiglia stessa, dal tappo e dalle fasi di imbottigliamento. Quando la qualità dell’acqua potabile lo consente, l’utilizzo di bottiglie riutilizzabili in vetro o acciaio può rappresentare una scelta utile per ridurre una delle principali fonti di esposizione alimentare. Anche la varietà della dieta assume un ruolo importante. Poiché nessun alimento è completamente esente da contaminazione e le concentrazioni possono variare considerevolmente, seguire un’alimentazione diversificata permette di evitare che l’esposizione si concentri su poche categorie alimentari. Si tratta, del resto, dello stesso principio che caratterizza le raccomandazioni nutrizionali rivolte alla prevenzione delle malattie croniche.

Cinque consigli pratici per ridurre l’esposizione quotidiana

1.       Preferire alimenti freschi e minimamente processati.
2.       Utilizzare contenitori in vetro o acciaio per conservare gli alimenti.
3.       Evitare di riscaldare i cibi in recipienti di plastica.
4.       Ridurre, quando possibile, il consumo di bevande in bottiglie monouso.
5.       Seguire un’alimentazione varia ed equilibrata, ispirata ai principi della dieta mediterranea.

 

Infine, è importante sottolineare che questi accorgimenti non devono essere interpretati come misure drastiche né alimentare inutili preoccupazioni. L’obiettivo non è inseguire un’impossibile alimentazione “priva di plastica”, ma adottare comportamenti di buon senso che, oltre a contribuire a limitare l’esposizione alle microplastiche, si inseriscono più in generale all’interno di uno stile di vita orientato alla salute e alla prevenzione.

Il consiglio del nutrizionista

La presenza di microplastiche negli alimenti rappresenta una realtà con cui la ricerca scientifica si sta confrontando con crescente attenzione. Sebbene molte domande siano ancora aperte, le conoscenze attuali non giustificano allarmismi, ma evidenziano la necessità di approfondire ulteriormente il tema e di sviluppare metodiche sempre più accurate per comprendere il reale impatto di queste particelle sulla salute umana.


In attesa di risposte più definitive, l’approccio più ragionevole rimane quello della prevenzione e del buon senso. Più che inseguire l’obiettivo irrealistico di un’alimentazione completamente priva di contaminanti, appare più utile concentrarsi sulla qualità complessiva dello stile di vita: seguire una dieta varia, ricca di alimenti freschi e poco processati, limitare quando possibile le fonti evitabili di esposizione e adottare abitudini salutari consolidate.

Ancora una volta, le scelte quotidiane rappresentano uno degli strumenti più efficaci per promuovere la salute nel lungo periodo, anche di fronte a sfide emergenti come quella delle microplastiche
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Fonti

Cornelli U. et al. (2025). Pilot study on fecal excretion of microplastics after chitosan supplementation in healthy volunteers. Loyola University School of Medicine, Chicago.

Cornelli U. et al. (2025). Reduction of blood levels of micro- and nanoplastics (MNPs) after 15 days of treatment with Procambarus clarkii chitosan (PCC). Preliminary study.

Belcaro G. et al. (2024). Intestinal Fats Shifting (IFAS): the role of chitosan in modulating absorption of lipids and microplastics. Minerva Gastroenterologica, 70(2).

Brits M. et al. (2024). Microplastics in human blood: detection, quantification and polymer characterization. Environmental Health Perspectives, 132(4).

Lee Y. et al. (2024). Blood microplastic concentrations in healthy adults: a cross-sectional study. Science of the Total Environment, 912: 168823.

Leslie H.A. et al. (2022). Discovery and quantification of plastic particle pollution in human blood. Environment International, 163: 107199.

Microplastics block blood flow in the brain, mouse study reveals. Nature News, 23 January 2025.

FOMIC-Py – Food Microplastics Pyramid. Cornelli U. et al. (2024). Microplastic content in common Italian foods: a quantitative analysis. Internal report, Loyola University Chicago.

World Health Organization (2022). Dietary and inhalation exposure to nano- and microplastic particles and potential implications for human health. WHO Report.

EFSA Panel on Contaminants in the Food Chain (2016). Presence of microplastics and nanoplastics in food, with particular focus on seafood. EFSA Journal, 14(6): 4501.

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