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L’utilizzo dell’olio di oliva sia in ambito alimentare che non, risale a tempi antichi: Omero nel VIII secolo a.C. lo aveva definito “oro liquido”; Ippocrate ne parlava come “la grande medicina” che veniva impiegata come rimedio per la cura di ustioni e dermatiti, ma anche per lenire i sintomi di alcune problematiche legate al tratto gastrointestinale.


BRINDARE-ALLA-SALUTE-IL-PARADOSSO-DEGLI-ALCOLICI-1280x800.png

Sempre più spesso la socialità trova spazio nella condivisione del pasto: l’occasione per ritrovare i nostri amici il più delle volte consiste nel sedersi a tavola tra manicaretti prelibati e brindisi. 


Le bevande alcoliche sembrano non mancare mai all’appuntamento, e nel dubbio spesso preferendo un bicchiere in più rispetto ad uno in meno.

In ambito nutrizionale l’alcol si definisce un non nutriente: dal suo metabolismo si ricavano circa 7 Kcal, senza che venga apportata alcuna sostanza nutritiva all’organismo.

Inoltre, dato che l’etanolo e il suo primo metabolita (acetaldeide) sono tossici, il corpo si concentra nelle reazioni di detossificazione, lasciando da parte carboidrati, grassi e i loro intermedi.

Questi composti costituiscono un substrato per i processi di adipogenesi…quindi i nostri depositi di grasso aumentano!

A regolare la velocità di assorbimento dell’alcol intervengono più fattori.

Innanzitutto, se assunto a stomaco vuoto, l’etanolo entra in circolo con maggior rapidità, come nel caso in cui è presente anidride carbonica (ad esempio la soda aggiunta negli spritz!).


Anche la gradazione alcolica, corrispondente ai ml di alcol presenti in 100 ml di bevanda, è un aspetto che influenza la velocità di assorbimento in modo direttamente proporzionale: minore nel caso in cui il valore si attesti attorno al 20%; maggiore quando tale misura cresce.

L’etanolo è il principale costituente delle bevande alcoliche, dopo l’acqua. Una volta introdotto, viene assorbito a livello di stomaco ed intestino tenue giungendo al fegato, mentre una piccola parte viene eliminato con sudore ed urine.  

Proprio a livello epatico è inizialmente convertito in acetaldeide e, successivamente, in acetato. È proprio questo il nome del composto che, nei casi in cui si alza troppo il gomito, induce nell’organismo una sensazione di malessere diffusa in tutto il corpo (la famosa sbornia!).

Dato che la capacità metabolica del fegato è ridotta, in quanto gli epatociti possono ossidare circa 7 g di alcol all’ora, la restante quota introdotta agisce a più livelli nell’organismo facendo registrare effetti a carico di differenti organi. 


L’alcol possiede un effetto disidratante, in quanto inibisce l’azione dell’ormone vasopressina, responsabile del riassorbimento di acqua a livello renale.

In tal modo, l’etanolo assorbito diviene più concentrato nei fluidi del corpo, dato che una buona quantità di acqua viene escreta attraverso le urine.

Inoltre, stimola la produzione di gastrina da parte delle cellule G presenti nello stomaco, la quale aumenta le secrezioni di acido cloridrico.

A livello cardiaco, aumenta la pressione sanguigna e la frequenza dei battiti del cuore.

Gli effetti immediati più evidenti sono quelli che si manifestano  a livello cerebrale: inizialmente si registrano sensazioni di leggerezza ed euforia, mentre man mano che si accumula l’alcol, insorgono cambiamenti dell’umore, difficoltà nell’articolare un discorso e alterazione della coordinazione.


Inoltre, dato che per il metabolismo epatico dell’etanolo vengono impiegati dei composti che partecipano anche alla glicolisi (reazione da cui si ricava lo zucchero, principale carburante impiegato dal corpo umano), determinando uno stato di affaticamento e spossatezza generale.

Soffermandoci sugli effetti del consumo cronico, le prime conseguenze si rilevano a carico del fegato: l’organo epatico può essere colpito dapprima da uno stato di infiammazione (epatopatia) accompagnato dall’accumulo di grassi (steatosi).

L’evoluzione in cirrosi epatica è determinata, invece, dalla cicatrizzazione del danno al fegato caratterizzato da una perdita di funzionalità epatica.

Anche il pancreas può far registrare uno stato di flogosi (pancreatite), mentre a livello periferico possono insorgere delle neuropatie. L’alcol può infatti interferire con la trasmissione degli impulsi nervosi, generando tremori diffusi dovuti all’interazione con le guaine mieliniche neuronali.

Un uso abituale di bevande alcoliche compromette anche l’assorbimento delle vitamine, l’esponendo l’organismo ad un potenziale stato carenziale di micronutrienti (in particolare vitamine B1, B2, B3 e B9).

Occorre tenere a mente, inoltre, che il consumo frequente di alcolici aumenta il rischio di sviluppare tumori, specialmente in sede gastrica, epatica e nel cavo orale.


Un bicchiere di vino al pasto rientra nella convivialità, l’importante è non eccedere!

Per gli uomini l’OMS consiglia di attenersi ad 1-2 unità alcoliche, mentre per le donne il limite è fissato ad una.

Tale differenza di genere è dovuta al fatto che il corpo maschile contiene più acqua rispetto a quello femminile (e quindi l’alcol può diluirsi in un compartimento idrico maggiore).

Per di più, gli uomini possiedono un sistema enzimatico deputato al metabolismo alcolico anche a livello gastrico, per cui la capacità di detossificazione dall’etanolo è superiore.

Ogni unità alcolica comprende 12 g di alcol, quantità contenuta in una bottiglia di birra da 33cl, in un bicchiere di vino di gradazione media da 125 ml e in uno “shot” (40 ml) di superalcolico.


In gravidanza, specialmente nel primo e nell’ultimo trimestre, il consumo di qualsiasi bevanda alcolica è sconsigliato, in quanto l’etanolo è in grado di oltrepassare la placenta e giungere al feto, causando ritardo mentale e malformazioni.

Il consumo di alcolici prima dei 18-21 anni di età interferisce con il regolare sviluppo cerebrale, in particolare per ciò che riguarda la plasticità sinaptica: vengono ostacolati i processi si mielinizzazione e pruning delle sinapsi (eliminazione delle connessioni neuronali non utilizzate).

Le statistiche ci comunicano che invece, specialmente negli ultimi anni, si sta registrando una tendenza completamente opposta, che vede circa il 25% dei nostri giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni farne un uso regolare.

Nei casi di terapia oncologica, il consumo di alcolici dovrebbe essere nullo in modo tale da non gravare sulla funzionalità epatica.

Tale limite si pone anche in fase di guarigione nei casi di cancro al seno, cavo orale e apparato gastrointestinale, mentre per le altre tipologie di tumore il consumo può essere occasionale.


DIETA-MEDITERRANEA-E-BENESSERE-DEL-MICROBIOTA-1280x800.png

Il microbioma rappresenta l’insieme di batteri, virus e funghi che colonizzano i diversi distretti corporei del nostro organismo. La popolazione batterica di ogni distretto prende il nome di microbiota e, fra tutti, il tratto gastrointestinale è quello maggiormente popolato: si stima che il colon, da solo, contenga oltre il 70% dei microbi del corpo umano.


ENDOMETRIOSI-STRATEGIE-NUTRIZIONALI-1280x800.png

L’endometriosi è una delle patologie croniche più diffuse che riguardano l’universo femminile, interessando circa il 10-15% delle donne in età riproduttiva. Tale condizione ginecologica si può manifestare con dolore pelvico cronico, dispareunia, dismenorrea, sanguinamento uterino anomalo e infertilità, ed è dovuta all’impianto di cellule endometriali al di fuori della cavità uterina (principalmente a livello del peritoneo pelvico e delle ovaie).

L’impatto che si registra sulla qualità della vita di chi ne è affetto è fortemente negativo, tanto da causare depressione, ansia e compromissione delle funzioni sociali.


PRODOTTI-A-BASE-DI-ALOE-E-GRAVI-RISCHI-PER-LA-SALUTE-1280x800.png

Il 18 marzo 2021 è stato promulgato un nuovo regolamento da parte dell’Unione Europea (entrato in vigore lo scorso 8 aprile), il quale vieta il commercio e, dunque, l’utilizzo di alcuni integratori alimentari utilizzati per le loro proprietà lassative.

In particolar modo si fa riferimento ad integratori a base di aloe, senna, frangola, cassia, cascara e rabarbaro, contenenti derivati di una molecola ad azione genotossica, ovvero l’idrossiantracene, presente in particolar modo nella parte esterna delle foglie di pianta di aloe.


ALIMENTAZIONE-E-MALATTIE-CARDIOVASCOLARI-1280x800.png

Con l’espressione “malattie cardiovascolari” s’intende l’insieme delle patologie a carico del cuore e dei vasi sanguigni: si fa riferimento, dunque, ad infarto del miocardio, angina pectoris, ictus cerebrale, malattie vascolari periferiche e scompenso cardiocircolatorio.

A livello mondiale, tra le persone che ne soffrono, i decessi sono circa 7 milioni, di cui 250 mila quelli registrati in Italia, rappresentando la prima causa di morte. Il carattere multifattoriale di queste patologie richiede una particolare attenzione nei confronti del nostro stile di vita: oltre a genetica, sesso ed età, anche un’alimentazione sbilanciata e la sedentarietà, sommate a stress e fumo, incidono sul rischio di sviluppare patologie cardiovascolari


INFIAMMAZIONE-STRESS-E-MINDFULNESS-1280x800.png

Sempre più spesso accusiamo rapidi cambiamenti del nostro umore, passando dal nervosismo alla frustrazione. Stanchezza e spossatezza sembrano non abbandonarci mai. Alla domanda “Cos’hai?”, basta un’unica parola come risposta per far comprendere al nostro interlocutore la causa di queste spiacevoli sensazioni: stress.

Sono sufficienti sei lettere per descrivere un fenomeno che in realtà è molto più complesso di come appare ai nostri occhi, e che, se protratto a lungo, può generare uno stato di infiammazione cronica di basso grado (inflammaging) dell’organismo, rendendolo più suscettibile allo sviluppo di numerose patologie.


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L’invecchiamento è un processo graduale e continuo di mutazione naturale che inizia nella prima età adulta. 

A livello del sistema nervoso si assiste ad una progressiva perdita cognitiva, frutto di un cambiamento neuroanatomico guidato da diversi fattori che conducono ad alterazioni nei processi di memoria ed apprendimento.

Tra le principali patologie croniche neurodegenerative ci sono la malattia di Alzheimer e Parkinson, entrambe patologie neurodegenerative definite da aggregazione, che si manifestano generalmente dopo i 60 anni. Tra le principali cause alla base di queste malattie, è stato dimostrato esserci: neuro-infiammazione, stress ossidativo, danno e disfunzione mitocondriale, alterazione dei meccanismi di autofagia ed infine alterazione dell’asse cervello-intestino.


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Il termine sarcopenia deriva dal greco e tradotto in italiano sta letteralmente per:” assenza di carne”.

La sarcopenia, infatti, è una condizione che si manifesta con una graduale diminuzione della massa muscolare e di conseguenza con una ridotta capacità di svolgere tutte quelle attività, anche quotidiane, in cui è richiesto lavoro muscolare.

Questa capacità, con il progredire del tempo e della malattia, diviene sempre più limitata. La perdita di massa muscolare dovuta all’invecchiamento registra una prevalenza del 5-13% nella popolazione di età compresa tra i 60 e i 70 anni, e dell’11-50% nella popolazione di età superiore agli 80 anni.


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Nell’ambito della gestione della pandemia da Coronavirus che da qualche tempo ci troviamo a fronteggiare, sono state individuate sin da subito le misure da adottare per contenere il contagio, in modo tale da evitare di diffondere tra più persone questo pericoloso microrganismo.

Chi è obeso e/o soffre di diabete riporta un peggior esito della malattia. L’alimentazione e lo stile di vita sono i farmaci migliori per prevenire e curare queste problematiche.

Così come abitudini alimentari sbilanciate possono condurre ad un’alterata deposizione di tessuto adiposo, responsabile di instaurare uno stato infiammatorio che aumenta il rischio di contagio da CoViD-19, una nutrizione equilibrata è in grado di fornire il giusto apporto all’organismo in termini di micronutrienti necessari a supportare le difese immunitarie, in modo tale da rappresentare una marcia in più nella lotta alle infezioni.


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Rolando Alessio Bolognino - MioDottore.it