"BRINDARE ALLA SALUTE": IL PARADOSSO DEGLI ALCOLICI - Rolando Alessio Bolognino

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Sempre più spesso la socialità trova spazio nella condivisione del pasto: l’occasione per ritrovare i nostri amici il più delle volte consiste nel sedersi a tavola tra manicaretti prelibati e brindisi. 


Le bevande alcoliche sembrano non mancare mai all’appuntamento, e nel dubbio spesso preferendo un bicchiere in più rispetto ad uno in meno.

In ambito nutrizionale l’alcol si definisce un non nutriente: dal suo metabolismo si ricavano circa 7 Kcal, senza che venga apportata alcuna sostanza nutritiva all’organismo.

Inoltre, dato che l’etanolo e il suo primo metabolita (acetaldeide) sono tossici, il corpo si concentra nelle reazioni di detossificazione, lasciando da parte carboidrati, grassi e i loro intermedi.

Questi composti costituiscono un substrato per i processi di adipogenesi…quindi i nostri depositi di grasso aumentano!

A regolare la velocità di assorbimento dell’alcol intervengono più fattori.

Innanzitutto, se assunto a stomaco vuoto, l’etanolo entra in circolo con maggior rapidità, come nel caso in cui è presente anidride carbonica (ad esempio la soda aggiunta negli spritz!).


Anche la gradazione alcolica, corrispondente ai ml di alcol presenti in 100 ml di bevanda, è un aspetto che influenza la velocità di assorbimento in modo direttamente proporzionale: minore nel caso in cui il valore si attesti attorno al 20%; maggiore quando tale misura cresce.

L’etanolo è il principale costituente delle bevande alcoliche, dopo l’acqua. Una volta introdotto, viene assorbito a livello di stomaco ed intestino tenue giungendo al fegato, mentre una piccola parte viene eliminato con sudore ed urine.  

Proprio a livello epatico è inizialmente convertito in acetaldeide e, successivamente, in acetato. È proprio questo il nome del composto che, nei casi in cui si alza troppo il gomito, induce nell’organismo una sensazione di malessere diffusa in tutto il corpo (la famosa sbornia!).

Dato che la capacità metabolica del fegato è ridotta, in quanto gli epatociti possono ossidare circa 7 g di alcol all’ora, la restante quota introdotta agisce a più livelli nell’organismo facendo registrare effetti a carico di differenti organi. 


L’alcol possiede un effetto disidratante, in quanto inibisce l’azione dell’ormone vasopressina, responsabile del riassorbimento di acqua a livello renale.

In tal modo, l’etanolo assorbito diviene più concentrato nei fluidi del corpo, dato che una buona quantità di acqua viene escreta attraverso le urine.

Inoltre, stimola la produzione di gastrina da parte delle cellule G presenti nello stomaco, la quale aumenta le secrezioni di acido cloridrico.

A livello cardiaco, aumenta la pressione sanguigna e la frequenza dei battiti del cuore.

Gli effetti immediati più evidenti sono quelli che si manifestano  a livello cerebrale: inizialmente si registrano sensazioni di leggerezza ed euforia, mentre man mano che si accumula l’alcol, insorgono cambiamenti dell’umore, difficoltà nell’articolare un discorso e alterazione della coordinazione.


Inoltre, dato che per il metabolismo epatico dell’etanolo vengono impiegati dei composti che partecipano anche alla glicolisi (reazione da cui si ricava lo zucchero, principale carburante impiegato dal corpo umano), determinando uno stato di affaticamento e spossatezza generale.

Soffermandoci sugli effetti del consumo cronico, le prime conseguenze si rilevano a carico del fegato: l’organo epatico può essere colpito dapprima da uno stato di infiammazione (epatopatia) accompagnato dall’accumulo di grassi (steatosi).

L’evoluzione in cirrosi epatica è determinata, invece, dalla cicatrizzazione del danno al fegato caratterizzato da una perdita di funzionalità epatica.

Anche il pancreas può far registrare uno stato di flogosi (pancreatite), mentre a livello periferico possono insorgere delle neuropatie. L’alcol può infatti interferire con la trasmissione degli impulsi nervosi, generando tremori diffusi dovuti all’interazione con le guaine mieliniche neuronali.

Un uso abituale di bevande alcoliche compromette anche l’assorbimento delle vitamine, l’esponendo l’organismo ad un potenziale stato carenziale di micronutrienti (in particolare vitamine B1, B2, B3 e B9).

Occorre tenere a mente, inoltre, che il consumo frequente di alcolici aumenta il rischio di sviluppare tumori, specialmente in sede gastrica, epatica e nel cavo orale.


Un bicchiere di vino al pasto rientra nella convivialità, l’importante è non eccedere!

Per gli uomini l’OMS consiglia di attenersi ad 1-2 unità alcoliche, mentre per le donne il limite è fissato ad una.

Tale differenza di genere è dovuta al fatto che il corpo maschile contiene più acqua rispetto a quello femminile (e quindi l’alcol può diluirsi in un compartimento idrico maggiore).

Per di più, gli uomini possiedono un sistema enzimatico deputato al metabolismo alcolico anche a livello gastrico, per cui la capacità di detossificazione dall’etanolo è superiore.

Ogni unità alcolica comprende 12 g di alcol, quantità contenuta in una bottiglia di birra da 33cl, in un bicchiere di vino di gradazione media da 125 ml e in uno “shot” (40 ml) di superalcolico.


In gravidanza, specialmente nel primo e nell’ultimo trimestre, il consumo di qualsiasi bevanda alcolica è sconsigliato, in quanto l’etanolo è in grado di oltrepassare la placenta e giungere al feto, causando ritardo mentale e malformazioni.

Il consumo di alcolici prima dei 18-21 anni di età interferisce con il regolare sviluppo cerebrale, in particolare per ciò che riguarda la plasticità sinaptica: vengono ostacolati i processi si mielinizzazione e pruning delle sinapsi (eliminazione delle connessioni neuronali non utilizzate).

Le statistiche ci comunicano che invece, specialmente negli ultimi anni, si sta registrando una tendenza completamente opposta, che vede circa il 25% dei nostri giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni farne un uso regolare.

Nei casi di terapia oncologica, il consumo di alcolici dovrebbe essere nullo in modo tale da non gravare sulla funzionalità epatica.

Tale limite si pone anche in fase di guarigione nei casi di cancro al seno, cavo orale e apparato gastrointestinale, mentre per le altre tipologie di tumore il consumo può essere occasionale.

by Rolando Alessio Bolognino

Biologo Nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva. Professore a c. Master in Scienze della Nutrizione e Dietetica Clinica presso l’Università degli Studi di Roma “Unitelma La Sapienza“. Professore a c. Master in “Terapie Integrate nelle Patologie Oncologiche Femminili“ presso l’universita Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Professore a c. Master di II livello in “Medicina integrata e food management per la prevenzione e cura dei tumori“ presso l’Università degli Studi di Catania. Istruttore Protocolli Mindfulness.


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